Al Festival letterario di Noci

Le letture nelle gnostre e un caffè con Donatella Di Pietrantonio

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Noci, veduta

Chiostri, inchiostri e claustri è il titolo da scioglilingua del festival di una piccola città delle Murge, tra Bari e Taranto, dove sono stata a parlare della Leggenda di Elena Ferrante.

L’ho amata subito, Noci, per l’eleganza e la cura del centro storico di pietra bianca con le gnostre, le piazzette, gli slarghi, i cortili che all’imbrunire si popolano di scrittori, artisti e musicisti in dialogo con un pubblico attentissimo.

I Nusce, i nocesi, dal nome dialettale della città, sono gente legata a un’ antica civiltà. Di qui sono passati Svevi e Normanni, Angioini e Aragonesi, un nocese – Giuseppe Albanese – è stato ministro della Repubblica Napoletana, gli usi civici hanno radici millenarie, nella Chiesa dei Cappuccini c’è una Madonna con bambino di Luca Giordano e mi ha molto colpita la pala del Quattrocento che si trova nella Chiesa Madre, attribuita allo scultore leccese Nuzzo Barba: il figlio dormiente è steso sulle ginocchia della madre, una postura insieme tenera e tragica perché ricorda il Cristo morto della Pietà, è una specie di visione profetica. A Noci gli ordini religiosi – domenicani cappuccini clarisse – hanno avuto un’influenza determinante, culturale e finanziaria. Per entrare nel convento delle clarisse, bellissimo nella purezza della pietra spoglia, c’erano liste di attesa, le famiglie importanti ambivano ad essere rappresentate nella comunità monacale, con le doti della ragazze abbienti che entravano in convento si prestava denaro a interesse. Qui si fa musica da sempre: c’è una grande tradizione bandistica e jazzistica. Seduta al caffè in piazza ho origliato i racconti di ragazzi che, suonando nei pub, girano l’Europa: Londra, Parigi, Bruxelles e Amsterdam.

In piazza c’è anche l’insegna del giornale cittadino, Il Gazzettino: mi dicono che quando il megafono in cima all’asta annuncia l’uscita del mensile cartaceo le persone si mettono ordinatamente in fila per comprarlo, ma naturalmente c’è anche il giornale on-line.

Per fronteggiare i quarantatre gradi di fine luglio ho dovuto “claustrarmi” anch’io, provvidenzialmente riparata in un piccolo appartamento con ingresso su una viuzza del centro storico, freschissimo, tra mura costruite con la tecnica dei trulli. Nella controra, ho anche preso un caffè con Gabriele Zanini, uno degli organizzatori del festival, e con Donatella Di Pietrantonio, l’autrice de L’Arminuta e di Borgo Sud, che sono poi andata a sentire quella sera stessa. La presentazione del mio libro era quella successiva, in una gnostra detta Largo Sottotenente Rotolo, toponomastica militare, e devo il piacere e l’intelligenza della lettura proposta ad Angela Bianca Saponari, docente di cinema e grammatica del film all’università di Bari.

Donatella Di Pietrantonio è una scrittrice che mi piace, una con uno stile e una lingua propri: e con questo non mi riferisco soltanto a un linguaggio “mesciato” con il dialetto abruzzese, intendo una costruzione linguistica riconoscibile come sua. Donatella è anche una persona incantevole, dettaglio non scontato: fa la dentista a Penne e ha scherzato sul fatto che vivere un po’ fuori mano, lontano dalla mondanità letteraria sia ancora degno di ricorrente stupore. Ascoltandola pensavo a Mario Tobino, che quando ero bambina faceva lo psichiatra a Maggiano, vicino a Lucca, ad Antonio Pennacchi, che ha vissuto a Borgo Grappa nei pressi di Latina dove aveva fatto l’operaio; e in quel momento Gabriele Zanini, che era stato a trovarlo, ha ricordato Francesco Guccini, che sta a Pavana: quattro case sull’Appennino. Nessuno di loro potrebbe (o avrebbe potuto) nutrire la propria opera di aperitivi ai Navigli o sulle terrazze romane. Nulla contro gli aperitivi, ma forse – per avere qualcosa da dire – bisogna lasciarsi toccare dalla vita e abitare luoghi che vibrano dentro di noi.

Ps. Non mi intendo di vini, però sono andata – con quella calura!- a una degustazione in un bel palazzo padronale. Ho scoperto che la Puglia produce più vino dell’Australia intera: un tempo era quasi tutto da taglio, oggi è produzione pregiata con etichette famose. La nostra si chiama A MANO e appartiene a una coppia che si è innamorata della Puglia e si è stabilita qui, a Noci, a fare vino: lei si chiama Elvezia ed è friulana, lui si chiama Mark ed è un enologo californiano, sono arrivati nel 1998 e non se ne sono più andati.

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