La ferinità della femmina madre

In attesa del film tratto da La figlia oscura di Elena Ferrante, in concorso alla Biennale Cinema di Venezia

immagine per La ferinità della femmina madre. La figlia oscura
Olivia Colman e Dakota Johnson nel film The lost daughter di Maggie Gyllenhaal

Maggie Gyllenhaal ha tratto un film da La figlia oscura di Elena Ferrante, il misterioso piccolo romanzo uscito nel 2006 e diventato poi il seme da cui è germinata la saga dell’ Amica geniale.

La figlia oscura di Gyllenhaal è un esordio nella regia e ha un cast di star: Olivia Colman, Jessie Buckley, Dakota Johnson.

Il romanzo che lo ha ispirato è misterioso perché ha un esisto stupefacente, qualcosa che rimanda a una femminilità ancestrale, ormai quasi inconsapevole, che se ne sta acquattata dentro di noi, nascosta sotto gesti e consuetudini tranquille, e che improvvisamente entra in azione.

La ferinità della femmina esce fuori da una fessura che, più o meno casualmente, all’improvviso si apre nel tessuto di una vita. Ho letto su Vanity Fair che Gyllenhaal ha trovato in questo libro, “una parte segreta della sua esperienza di madre, di amante e di donna, pronunciata per la prima volta ad alta voce”.

Nel romanzo sono il vuoto e il senso di libertà di una solitaria vacanza al mare a scatenare il teatro dell’inconscio. E così ecco una matura signora osservare la giovane Nina con la sua piccola, vicine di ombrellone, stregata dalla loro amorevole intimità. In loro rivende se stessa bambina con sua madre e poi se stessa madre con le figlie ormai grandi e volate via.

Il mistero è lì, nella muta battaglia tra l’amore per  una creatura che ci somiglia e il peso dell’essere madre che insieme ci soffoca, nel  senso di libertà generato dall’allontanamento delle figlie adulte, assaporato con gusto e senso di colpa.

Il conflitto eterno tra la donna e la madre, un liquido infiammabile dove corrono amore  e insofferenza, non sempre ben governata. Il materno ha la sua ombra. Qualcosa che le bambine inscenano nel gioco con la bambola: la amano poi la buttano e  la cercano in lacrime. Dalle parti dove sono nata,  dove si parla un dialetto non-toscano e non-ligure,  intrattenersi con la bambola si dice “giocare a mamma”.

La bambola è un feticcio ferrantiano per eccellenza: la saga dell’Amica geniale inizia con due bambole che scompaiono inghiottite da una cantina polverosa per poi ricomparire inaspettatamente mille pagine dopo. Del resto, Leda, la protagonista della Figlia oscura, è un calco di Lenù, la ragazzina uscita da un rione popolare napoletano e diventata scrittrice, che si è emancipata studiando e sposando un professore dal quale poi si separa per ritrovare la sua identità e la sua energia vitale.

La figlia oscura ha generato anche un libro per bambini intitolato La spiaggia di notte, dove si raccontano le avventure della bambola dimenticata in spiaggia. E la metafora delle pupazza-figlia perduta è così potente che nell’adattamento teatrale dell’Amica geniale, messo in scena  dalla compagnia Fanny&Alexander,  le bambole  parlano e prendono vita.

Chissà  che cosa se ne è fatta Maggie Gyllenhaal, della bambola. Sappiamo che, in partenza, voleva adattare un altro romanzo di Elena Ferrante, I giorni dell’abbandono, ma che i diritti erano già impegnati per un film interpretato e prodotto da Natalie Portman,  che quest’estate ha poi mandato a monte il progetto già in fase avanzata. Così ora l’attenzione è tutta concentrata su questo film, prima prova cinematografica figlia del  successo internazionale di Elena Ferrante. I film precedenti sono stati pensati e realizzati in Italia.

La serie televisiva tratta da L’Amica geniale, che pure ha dietro una produzione internazione, parla addirittura napoletano con i sottotitoli (come Gomorra) e così è stata distribuita in tutto il mondo. Qui invece vedremo una versione molto libera e nata da una percezione dei romanzi covata nel mondo anglo-americano. Fin dall’inizio Gyllenhaal non ha voluto ambientare il film in Italia, pensava al Maine e poi ha finito  per girare in Grecia.

Siamo in un generico sud mediterraneo e chissà quale dialetto parla e quale sottinteso codice malavitoso comunica la chiassosa tribù dei vicini d’ombrellone napoletani da cui, nel romanzo, vediamo uscire Nina e la sua bambina.

Chissà se questo spaesamento rafforzerà l’universalità del tema narrativo che ruota intorno alle figure della madre e della figlia.

Sempre su Vanity, leggo che Ferrante ha lasciato alla regista piena libertà e dato una sola raccomandazione: non descrivere Leda, la protagonista della Figlia oscura, come se fosse una pazza. Sottotesto: l’ombra del materno è innominata ma è un’esperienza largamente condivisa, da riconoscere e da non confondere con la follia.

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