1944. Una strage degli innocenti in Lunigiana

Un libro-inchiesta di Agnese Pini illumina il momento più buio dell’ultimo anno di guerra sulla Linea gotica e l'eccidio dimenticato che si consumò a San Terenzo Monti

San Terenzo Monti. Il Museo dell'eccidio
San Terenzo Monti. Il Museo dell'eccidio

Un autunno d’agosto di Agnese Pini è un bellissimo libro-inchiesta pubblicato da Chiarelettere, un viaggio nel passato della sua famiglia e della sua terra. Illumina il momento più buio, il terrore dell’ultimo anno di guerra sulla Linea gotica. Solleva la coltre di silenzio calata su un’altra delle stragi compiute dai nazisti in ritirata tra Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto, seguendo la scia di sangue dei circa duemila civili ammazzati per rappresaglia tra le Apuane e l’Appennino. Erano, in maggioranza, donne, vecchi e bambini.

La storia che Agnese Pini ha ricostruito è quella delle 159 vittime di San Terenzo Monti, in Lunigiana. Persone inermi uccise tra il 17 e il 19 agosto 1944, tra loro c’era anche la sua bisnonna Palmira Ambrosini. Sua nonna e sua zia erano a Serra di Lerici e così sono state risparmiate. Agnese portava dentro di sé questa storia da sempre, l’aveva sentita raccontare bambina. E, come succede ai piccoli, aveva pensato che senza sua nonna, salva per caso, non ci sarebbe stata sua madre e quindi neppure lei. Il suo incubo infantile era la storia di Clara Cecchini, la bambina viva sotto un mucchio di cadaveri alla fattoria Valla, sopravvissuta al massacro e rimasta per sempre offesa, preda di disturbi nervosi per tutta la vita.

Museo della Strage di San Terenzo Monti, immagini delle vittime.
Museo dell’eccidio di San Terenzo Monti e di Bardine, immagini di alcune delle 159 vittime

  Agnese Pini è una giovane donna, ha meno di quarant’anni e dirige i quotidiani del gruppo Monrif (La Nazione, il Resto del Carlino etc.). Quando ha visto le immagini della strage di Bucha in Ucraina, ha capito che la guerra e la crudeltà degli occupanti contro i civili indifesi sono ancora qui e ha sentito che era pronta a restituire a quei morti la loro storia. Così ha scritto un libro documentato, preciso, implacabile, dove nulla sfugge alla ricostruzione delle terribili 72 ore di San Terenzo Monti. Ma insieme ha fatto un viaggio dentro di sé, ha esplorato le ragioni del silenzio calato sull’eccidio, la nube nera che nel dopoguerra ha reso impossibile la comprensione dei fatti, l’elaborazione del dolore e dei lutti, condannando i superstiti a una solitudine aspra e rabbiosa. Qualcosa che ha reso il trauma catastrofico non solo insuperabile, perfino indicibile.

 

Agnese Pini
Agnese Pini

Questo libro è scritto come se il desiderio dell’autrice fosse restituire voce ai morti di quell’atroce estate del 1944, era compito suo anche se non lo sapeva. A tratti, la lettura è stata per me insostenibile: non ce la facevo ad andare avanti, dovevo fare pausa, respirare e riprendere a leggere. Riuscivo a vedere e a sentire tutto, la ricostruzione di Agnese è fortissima, potente. Ma certo devo aggiungere che anch’io sono nata da quelle parti, sulla Linea gotica,  e per giunta in tempi molto più vicini alla fine della guerra: i miei genitori erano appena adolescenti nel 1944, le famiglie erano sfollate sulle stesse montagne, solo dall’altra parte, quella lucchese della Garfagnana. Da bambina ho vissuto lì, anche la mia prima infanzia è stata popolata di fantasmi e racconti di guerra, visitata dalle paure di adulti che avevano sentito, avevano visto: erano ricordi sfilacciati, flash emotivi. Però non conoscevo la storia di San Terenzo. Quando ho saputo di Sant’Anna e di Vinca vivevo già a Roma, ero una ragazza. Oggi mi pare assurdo, inspiegabile: storie terribili che si consumarono sulle stesse montagne, a poca distanza, eppure non se ne parlava. Avevo quarant’anni quando trovarono l’armadio della vergogna con le carte dei processi archiviati per le stragi commesse in quell’estate infernale.

Per chi non sa o non ricorda basterà qui dire che alla fine della guerra l’ansia di chiudere con le violenze e fermare le vendette, quella di evitare i processi per i crimini di guerra commessi anche dagli italiani in Iugoslavia, Etiopia e Libia, Grecia e Albania, quella di normalizzare i rapporti con la Germania, fecero scendere l’oblio sulle stragi commesse dai nazisti in ritirata sulla Linea gotica. E questo ha lasciato senza giustizia i familiari delle vittime: nessun riconoscimento di responsabilità, nessun processo e nessuna condanna, nessun ascolto per il dolore e le ferite inferte, nessuna catarsi collettiva. Cinquant’anni di silenzio. Finché fu ritrovato l’armadio della vergogna e ci sono voluti altri vent’anni per dare un nome agli assassini di San Terenzo Monti. Settant’anni sono un’eternità, i superstiti erano quasi tutti scomparsi, i loro figli anziani. È stato un peso insopportabile e schiacciante sulle spalle di una comunità molto piccola.

Un autunno di Agosto, di Agnese Pini, Chiarelettere Agnese Pini  ha cercato di spostare quel macigno, ha riletto le carte, è andata a trovare Marco De Paolis, il magistrato che riaprì le indagini, ha esplorato i luoghi e raccolto testimonianze, ha scelto come guida Roberto Oligeri, un collaboratore del suo giornale che ha avuto un pezzo di famiglia sterminata. E cosa c’era sotto quel macigno?

C’era la vita e poi l’orrore. Vite di nonni e di neonati, bambini che giocavano sotto gli alberi e mamme che li stringevano spaventate, contadini che curavano i campi con dedizione un attimo prima di essere ammazzati, un prete che aiutava la sua gente come poteva. E poi razzie di bestiame, torture e stupri, la brigata nera che suona l’organetto per coprire le urla delle vittime, giovani partigiani o renitenti alla leva strangolati col filo spinato; l’ufficiale tedesco con un braccio solo, Walter Reder, il Monco che comanda la danza macabra; un fascista di Carrara che va a riprendersi due parenti cadute nella retata e, lungo la strada, recluta con l’inganno ragazze ignare per poterle scambiare, perché siano uccise al loro posto.

Lo sguardo di Agnese Pini è fresco, libero dalle vecchie e irriducibili polemiche sulla guerra civile, così  riesce a raccontare quell’estate per ciò che fu davvero, senza trascurare niente. Una tenaglia di crudeltà folle e logica: dieci vite per ogni tedesco caduto nell’ imboscata partigiana, con le brigate nere che vanno in soccorso dei carnefici, a suonargli la musica. Dall’altra parte un miscuglio di caos e improvvisazione militare, d’impulsività in azioni partigiane poco pensate ed equipaggiate dal caso (un lancio aereo sbagliato, che porta un carico di armi dove non doveva andare). E poi la tenera ingenuità della gente, pensare di proteggersi rifugiandosi in una fattoria fuori dal paese e invece andare al macello. Nessun civile è preparato alla guerra, mai. E quello che successe fu così efferato che nessuno avrebbe potuto immaginarlo.

Agnese Pini ha rimesso insieme tutti i pezzi del puzzle senza confondere le acque, ha ricostruito una vecchia foto strappata rimasta in fondo a un cassetto riportandoci sul bordo della tragedia, dove finalmente si distinguono con chiarezza le vite innocenti che furono falciate, la gioventù partigiana che resisteva arrabattandosi come poteva, e i criminali che  – ad eccezione di Reder, condannato all’ergastolo  nel 1951 –  non fecero neppure un  giorno di carcere. Grazie, Agnese, per aver raccontato questa storia.

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