Il centenario di Franco Basaglia, l’apostolo dei matti

Era nato nel 1924 lo psichiatra che chiuse i manicomi. Una lezione sulla follia, spesso fraintesa, ora riproposta da libri, film, documentari

Franco Basaglia, 1979. Foto Harald Boshoff
Franco Basaglia, 1979. Foto Harald Boshoff

Franco Basaglia compie un secolo, era nato a Venezia il 10 marzo 1924  e cent’anni sono abbastanza per guardare in prospettiva la sua breve vita  –  è morto a soli cinquantasei anni – e il suo fiammeggiante profilo di medico umanista, psichiatra tra i più importanti del XX secolo e autore dello strappo culturale che ha segnato un’epoca. Lo strappo che condusse alla chiusura dei manicomi.  Dunque chi era, che cosa ci ha lasciato e come riuscì nella sua impossibile impresa?

C’era una volta un ragazzo veneziano, alto e dinoccolato, occhi azzurri lampeggianti e una faccia come disegnata da Hugo Pratt che gli fu amico; sua moglie Franca Ongaro fece una riduzione dell’Odissea per ragazzi tutta disegnata da lui. Al massimo del suo fulgore, ha raccontato scherzosamente sua figlia Alberta, era l’idolo delle studentesse. Quando andava in giro con lui nelle università, le dicevano: “Ehi bambina, cavati di qui. Cosa credi, sono uscita senza asciugarmi i capelli per arrivare presto e vedere Basaglia da vicino …”.

Alberta ha appena riorganizzato in una nuova sede l’Archivio Basaglia e tutta la vita si è occupata da psicologa di donne e bambini maltrattati. È l’autrice di un’ incantevole storia di famiglia, “Le nuvole di Picasso”, dove ha lasciato che a raccontare fosse la sua  voce di ragazzina. Per un difetto congenito agli occhi, Alberta era stata dichiarata tecnicamente cieca, però ha trovato il suo modo sghembo di vedere, è riuscita perfino a sciare e a giocare a basket infilando canestri a occhi chiusi. Quella era la filosofia di famiglia, non potrebbe essere più chiaro: la malattia non si nega, c’è; bisogna trovare un modo proprio di conviverci e di stare con gli altri. Per il centenario, Feltrinelli riporta in libreria “Le nuvole di Picasso” in edizione aggiornata con nuovi capitoli. Al telefono chiedo ad Alberta come vorrebbe fosse ricordato suo padre: “Per quello che ha fatto veramente”, risponde: “Non come un santo da giubilare per chiudere i conti. Ok, ha liberato i matti e non ci sono più quegli orrori; intanto però si torna all’uso coercitivo della psichiatria e ogni tanto leggiamo di qualcuno che è morto legato a un letto”.

Il professore era nato tre volte. Questo almeno secondo lo psichiatra genovese Paolo Francesco Peloso, autore del suo più recente ritratto (Franco Basaglia, un profilo, Carocci 2023). La prima fu la nascita anagrafica: Basaglia era di famiglia agiata, cresciuto a Venezia intorno a campo San Polo, alunno del liceo classico Foscarini dove insegnava Agostino Zanon Dal Bo, tra i fondatori del partito d’Azione nel Veneto, punto di riferimento di tanti giovani antifascisti. Tra i quali proprio lui e il suo futuro cognato Alberto Ongaro, fumettista e scrittore, fratello di Franca, che Basaglia avrebbe sposato nel 1953.  Alberto fu arrestato nel 1944, uscì dopo un mese e raggiunse i partigiani in montagna; Franco, che mai volle dire chi l’aveva denunciato, fu catturato mentre si apprestava a scappare sui tetti.

Sua figlia racconta della nonna, spaventata all’idea dei salti del fuggitivo da una casa all’altra sopra le calli: si mise a gridare e così lo presero. Basaglia rimase dentro fino all’insurrezione della città contro i tedeschi e quell’esperienza lo segnò per la vita: quando arrivò al manicomio di Gorizia, diciassette anni dopo, riconobbe lo stesso odore  di bugliolo.

Marco Cavallo, la scultura realizzata con i ricoverati dell'ospedale psichiatrico di Trieste, oggi al Parco San Giovanni
Marco Cavallo, la scultura realizzata con i ricoverati dell’ospedale psichiatrico di Trieste, oggi al Parco San Giovanni

La seconda nascita fu a Padova, dove Basaglia si laurea in medicina e si specializza in clinica delle malattie nervose e mentali nel 1952 per diventare ricercatore e poi assistente di Giovanni Battista Belloni. Si appassiona alla “Psicopatologia generale” di Jaspers, studia Minkowski e Binswanger: individua nel rapporto medico-paziente  l’unità terapeutica che consente al malato di “risolversi attraverso un uomo che lo comprende”. Sulle pagine di Biswanger incontra per la prima volta Foucault, che l’aveva tradotto in francese, ma non aveva ancora pubblicato la sua sterminata Storia della follia”. È un accanito lettore di Sartre, aspira alla carriera universitaria ma il contesto, d’impostazione organicista, non gli è favorevole.

La psichiatria – ricorda Paolo Peloso – nasce nel 1800 con una doppia matrice, medica e filosofica: Basaglia vuole recuperare l’aspetto fenomenologico-esistenziale ma non trova terreno favorevole. Del resto, nessuno dei maestri di scuola fenomenologica –  da Enrico Morselli a Arnaldo Ballerini, da Bruno Callieri a Eugenio Borgna – in Italia ha mai avuto una cattedra. Ottenuta la libera docenza, alla fine degli anni Cinquanta, Basaglia capisce che non è aria e fa il concorso per andare a dirigere un ospedale psichiatrico. Sua figlia Alberta sintetizza la faccenda in modo efficace: “Mio padre era troppo ingombrante, intrecciava psichiatria e filosofia in modo un po’ sacrilego, dovette andarsene in esilio a Gorizia”.Era il 1961 e l’incontro con il manicomio  fu la terza nascita, rimase sconvolto: non si aspettava catene, camice di forza, umani seminudi o coperti di cenci, degradati e dimenticati lì con una condanna a vita.

Allora a Gorizia passava la cortina di ferro, il muro divideva in due anche il giardino dell’ospedale psichiatrico. I direttori andavano a vivere con la famiglia nella città dei pazzi, Basaglia si rifiutò di portare i suoi bambini in manicomio, gli dettero un appartamento sopra gli uffici della Provincia. Alberta racconta il fervore di quella casa, le interminabili riunioni serali con i collaboratori. Da quell’équipe usciranno importanti figure della psichiatria italiana. Tra loro, Agostino Pirella, Giovanni Jervis, Domenico Casagrande, Antonio Slavich. Più tardi, a Trieste, si formeranno con lui Peppe Dell’Acqua, Giovanna Del Giudice, Franco Rotelli. Alberta dice di aver accettato che lei e suo fratello Enrico non erano i soli figli, c’erano anche gli allievi e i pazienti di suo padre: quando l’ha capito? “Più o meno nell’adolescenza, ma me ne sono resa veramente conto dopo la sua morte, quando i suoi allievi e i giovani volontari che erano con lui sono diventati fratelli e sorelle”.

Gradualmente in Basaglia maturava l’idea che il manicomio non era migliorabile, perché non è migliorabile l’idea del lager: un’istituzione totale ti possiede e proprio per questo non può curare e restituire alla vita. Era tragicamente scritto nelle storie  dei 600  internati di Gorizia. Allora si poteva finire in manicomio solo perché disabili o crescere tra i matti perché orfani, bambini irrequieti e disturbati. In quell’ospedale di frontiera si invidiavano i trapassati e a quelli che smettevano di nutrirsi e si lasciavano morire “buttavano giù il mangiare per il naso con la gomma” ma non c’era nulla da fare ugualmente, si legge tra le testimonianze dei ricoverati, nell’introduzione documentaria a “L’istituzione negata”. Il libro da fine febbraio torna in nuova edizione da Baldini+Castoldi insieme con altre opere del corpus basagliano: “Cos’è la psichiatria?”, “La maggioranza deviante”, “Crimini di pace”. Gli “Scritti 1953-1980”,  con prefazioni di Pier Aldo Rovatti e Mario Colucci li ha invece ripubblicati Il Saggiatore alla fine dello scorso anno.

Chiudere i manicomi era un’impresa impossibile, uno sproposito. La strada si trovò probabilmente anche grazie a una congiunzione astrale irripetibile. Cominciavano a essere disponibili i moderni psicofarmaci, che hanno reso possibile il contenimento della follia senza strumenti medievali di tortura: catene, sbarre, camice di forza, elettroshock. Nel mondo anglosassone si andavano sperimentando altri metodi di cura, con il coinvolgimento attivo del paziente, con la costruzione di comunità terapeutiche. Stava arrivando il Sessantotto ed era nell’aria un potente movimento d’opinione antiautoritario. Senza questo contesto e senza nuovi strumenti terapeutici, Basaglia non avrebbe potuto smontare il manicomio: non crede?, chiedo a Paolo Peloso. “Semmai è vero il contrario”, risponde. “Non bisogna dimenticare che Basaglia è arrivato a Gorizia nel 1961, dunque ha cominciato molto prima e la sua esperienza è poi confluita dentro una generale spinta di liberazione della società che forse lui aveva intuito. Quanto ai farmaci, Basaglia ha ribadito più volte che il loro uso oculato, fatto con il rispetto delle persone, può aiutare a moderare quegli aspetti della follia che rendono difficile l’inclusione sociale. In diversi passaggi dice chiaramente che i nuovi strumenti farmacologici rendono ingiustificabile la segregazione, che lui mette radicalmente in discussione già nel 1964, quando in Italia nessuno lo faceva. E comincia a sperimentare in maniera evolutiva, critica, il modello anglosassone delle comunità terapeutiche”.

Nel 1968  “L’Istituzione negata” vende sessantamila copie, diventa un best-seller e vince il Premio Viareggio. Basaglia fu accusato di essere un politico, più che un medico o uno scienziato, ma se non fosse stato capace di creare un movimento d’opinione attorno alla chiusura dei manicomi forse non sarebbe andato in nessun posto. “Il Basaglia politico ha sempre rischiato di soffocare lo psichiatra”, prosegue Peloso, “ ma quello che ci ha insegnato è prima di tutto un modo diverso di stare accanto al malato e di gestire la contraddizione tra il diritto alla libertà personale e la sicurezza di tutti. La sua capacità di comunicatore, che trasforma l’esperienza di Gorizia e poi quella di Trieste in un paradigma generale per arrivare all’obiettivo di chiudere i manicomi, viene dopo. Prima c’è il medico ed è una figura di statura internazionale, sia per le fonti alle quali si abbevera, che provengono dall’Europa e dal Nord America, sia per la sua originalità: Basaglia è capace di tenere i suoi collaboratori e i malati dentro il discorso. I suoi primi libri sono testi a più voci, scritti con il loro concorso”.

Testi che non ci sarebbero senza Franca Ongaro, l’altra metà di tutto. Alberta racconta che da piccola non era capace di addormentarsi senza il ticchettio della macchina da scrivere di sua madre, che passava la notte a pestare sui tasti di una lettera 22. Parla della “gran fatica” dei suoi genitori di integrare le loro diverse visioni del mondo. Erano discussioni senza fine. Franca, che era stata autrice di libri per bambini e curava riduzioni di grandi classici per Il Corriere dei Piccoli, fu pienamente coinvolta nell’esperienza di Gorizia e poi in quella di Trieste. Dopo la morte del marito continuerà l’opera cominciata insieme e seguirà l’attività legislativa sulla riforma psichiatrica da senatrice della Sinistra indipendente. Era lei a scrivere di notte quello che si sperimentava di giorno, decifrando gli appunti che Franco teneva nella tasca della giacca in certi fogli lisi piegati in quattro. Basaglia temeva di tradurre quello che succedeva in parole scritte: non voleva farne formule e ricette. A tutti diceva: venite a vedere. E molti andarono: sono indimenticabili i documentari di Sergio Zavoli e i reportage fotografici di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, ora di nuovo  in libreria  con Il Saggiatore. È stata appena restaurata anche la versione integrale di “Nessuno o tutti – Matti da slegare”, il film di Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia e Stefano Rulli.

Si scoperchiava un mondo di abbandono e solitudine: la segregazione manicomiale era dei poveri, il denaro consentiva anche allora altre soluzioni. Ma, nel 1968, un grave incidente materializzò l’altra faccia delle cose: durante un congedo temporaneo dall’ospedale, un ricoverato di Gorizia uccise la moglie. La follia mostrava il suo volto più minaccioso e imprevedibile.  Basaglia – scrive Peloso – sapeva di avere a che fare non solo con la follia trasgressiva, ma anche con quella dura, feroce e distruttiva. Il suo sentimento di scacco e di disperazione fu enorme, Giovanni Jervis ha raccontato che stava per fermare tutto e che fu l’équipe a convincerlo che si doveva andare avanti: l’istituzione aperta doveva sostituire catene e chiavistelli con altre forme di controllo, di contenimento e di sostegno. E qui, in nuce, appare lo scenario  del dopo: la necessità di accompagnare la chiusura dei manicomi con una rete di servizi, gestiti da personale qualificato e dotato di strumenti per intervenire. Ma i centri di salute mentale e i mezzi per accompagnare e seguire i malati all’esterno a Gorizia non si videro.

Andava  di moda l’anti-psichiatria e, negli anni Settanta, Basaglia che parlava radicalese come quasi tutti fu spacciato così. A lui non piaceva, si considerava uno psichiatra critico e amava dire: io curo persone, non malattie. Il medico ha davanti un essere umano, non può identificarlo con il male di cui soffre, che è soltanto una parte di lui. Lo strappo culturale, lo scandalo in fondo era questo: i matti sono titolari di diritti inalienabili, non appartengono a una sottospecie umana. Come i detenuti, del resto. Basaglia riuscì a realizzare il suo progetto non a Gorizia ma a Trieste, dove nel 1973 il suo ospedale  fu riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità come esperienza pilota e nel 1978 fu approvata la legge 180 di riforma psichiatrica. Dopo un lungo e paziente processo di costruzione di  una rete di supporti, servizi, attività e di una cooperative sociale di pazienti e operatori, ora raccontata in un docu-film di Massimo Cirri e Erika Rossi, il manicomio di Trieste chiuse. Era  il 1980 e quella era l’impresa di una vita, Basaglia moriva nello stesso anno.

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