Mimì Rea e sua maestà la plebe napoletana

Aveva scelto Boccaccio come maestro. La sua prosa veniva dal profondo dei secoli ma era modernissima, asciutta, e stava in piedi da sola senza spiegare nulla

La rivolta di Masaniello

Se Domenico Rea ebbe una musa, quella era la plebe. Ma chiedersi quanto la sua trasposizione letteraria corrispondesse alla plebe reale del dopoguerra, cioè quanto fosse realistica, a questa distanza è abbastanza insensato.  Quei miserrimi così radicati nella corporeità, agiti dalla fame e dalla lussuria, mossi da innocenza e vergogna, stretti tra culto del denaro e quel senso dell’onore che si riscatta battendo o ammazzando una femmina, sono una creazione. Com’è una creazione il teatro tragico e comico, dove vivono molti dei personaggi: Nofi. Il mitologico agro campano dove Mimì aveva radici ben piantate e dove, sulla pagina,  si parla una lingua scolpita e senza fronzoli, “icastica come il latino”, secondo la dichiarazione d’intenti resa dall’autore a meno di trent’anni.

Domenico Rea
Domenico Rea (1921-1994) vinse il premio Strega con “Ninfa Plebea” nel 1993

Mentre “Nostalgia”, il romanzo postumo che ha ispirato il film di Mario Martone, riportava tra noi Ermanno Rea era fatale incrociare la domanda: e l’altro Rea, don Mimì inteso alla spagnola? Mai due Rea – omonimi ma del tutto estranei – furono tanto diversi. Sensibilità e generazioni differenti. Ermanno era nato nel 1927 ed era a tutti gli effetti figlio dell’illuminismo napoletano, il suo è uno sguardo etico, talvolta insofferente, indignato. Mimì ha doppiato il suo primo centenario nel 2021 e veniva dal medioevo cristiano, aveva scelto come maestro Boccaccio, era un  erede del “Cunto delli cunti” di Basile e del suo fiabesco omaggio alla regalità della plebe napoletana. Esordì al tempo dei neorealisti senza diventarlo, ha scritto Ruggero Guarini  celebrandolo in apertura del Meridiano Mondadori, perché il suo è semmai “realismo creaturale”. Una dimensione a-ideologica in cui il divino abita anche la creatura più sciagurata e indecente.

Se cercate un ritratto del giovane artista di famiglia povera, sbucato fuori dalle macerie della guerra, lo troverete ben tratteggiato da Francesco Durante, curatore di quel Meridiano. A lui, grande esperto di letteratura americana e traduttore di John Fante,  improvvisamente morto nell’agosto del 2019, si deve il rilancio dell’astro offuscato di Domenico Rea che, con “Ninfa Plebea”, nel 1993 vinse il premio Strega a settantadue anni.  Mimì era stato un ragazzo che coltivava un’immagine di sé “selvatica”, ma era perfettamente consapevole dello spessore letterario che andava cercando nutrendosi di grandi classici. Nel 1946 scriveva infatti al suo editore, con piglio smargiasso: “Non aspettatevi dunque un romanzetto alla Moravia, alla Piovenina, alla Pratolina, alla complessa storia delle sporcizie dei sensi, cose troppo vecchie. Io discendo da ben altri sacri coglioni, i più grandi del mondo: Boccaccio, Ariosto, Cocaio, Manzoni, Settembrini, Verga, Cervantes, dove poteva entrare anche Hemingway se avesse avuto cultura e non solo ‘il dono’ ”.

Il libro in cottura al momento era “Spaccanapoli”, la raccolta di racconti uscita nel 1947 con un titolo geniale suggerito dall’editore. Rea, che era partito per Milano nel 1945 pagando un passaggio in autotreno con dieci chili di maccheroni, al nord aveva resistito solo un anno, ma aveva fatto in tempo a conoscere Montale, Anceschi, Gadda, Aligi Sassu, Manzù e molti altri. Quando arrivarono le prime copie del libro e l’assegno della Mondadori era già tornato al paese, Nocera Inferiore. Si era alla vigilia di Natale e al suo editore scrisse: “Padre, madre, sorelle, cognati, nipoti, amiche, serve, amici, nemici e puttane, tutti ballavano e ci stavamo cacando nei calzoni e nelle mutandine dalla gioia. Mio caro, mio buon don Alberto (Mondadori n.d.r), lo spagnolo, il lombardo in forma di napoletano, vi ho gettato, e con me gli altri, ‘miliune ʼe vase’”.

 “La maschera”, come l’avrebbe poi definita Raffaele La Capria, era questa: il “selvatico” e il letterato finissimo abitavano, in modo più o meno turbolento, nella stessa persona che con gli anni divenne un dandy. E non deve stupire l’auto-accostamento a Hemingway. La prosa di Mimì Rea, almeno del primo, quello di “Spaccanapoli” e di “Gesù fate luce”, viene dal profondo dei secoli ma è modernissima, asciutta, sta in piedi da sé senza spiegare nulla.  Solo che lui, a sottrarre, aveva imparato da Boccaccio al quale, nel 1958, dedicò un saggio straordinario, illuminando gli anni napoletani dell’autore del Decameron e il contrasto tra la percezione che ne ebbe se confrontata con Firenze, città di “avara e invidiosa gente fornita”.

Nel 1340 Boccaccio era infatti malinconicamente dovuto tornare a casa, lasciando Napoli sua patria elettiva, dove aveva trascorso “una parte abbondante della sua doppia vita”.  Era infatti ambiguamente vissuto “con un piede nel mondo dell’alta società e con l’altro, con buona parte del tronco, nel mondo dei mercanti”. I padroni effettivi di Napoli, quelli che frequentavano la corte colta e cosmopolita degli Angiò e però bazzicavano strade e mondi rigurgitanti di medicanti, prostitute, sensali e affaristi. Boccaccio conosceva da vicino quegli ambienti: aveva fatto il cambiavalute dall’età di quattordici anni, “quando le cose del mondo s’imprimono dentro di noi con tale chiarezza da diventare organi stessi del nostro corpo”. Imparando a guardare la vita senza scrupoli, Boccaccio si era imbattuto in “ quel terribile e variabile popolino che lo farà suo”. Di lì l’ispirazione popolaresca del Decameron e  un racconto della plebe di formidabile potenza, reso con scrittura chirurgica, fatta di “indimenticabili e fulminanti tagli”, lasciando cadere tutti i dettagli non funzionali allo sviluppo narrativo. Rasoiate che vanno al fatto nudo e crudo, mostrando trucchi e malizie del sopravvivere e sbirciando il vaso da notte che “ giace in promiscua compagnia del cibo”. Addio per sempre nebbie del sentimentalismo, della compassione e del folclore.

Anche Rea, come Boccaccio, stava a metà tra i dotti e il popolino. E, per la precisione, del grande che si era scelto per maestro, gli piaceva immaginare che “rimasto a lungo tra letterati e nobiluomini, ne provasse nausea e ritornasse con nostalgia al mondo povero”. Forse capitava anche a lui, che mentre scriveva questo saggio non aveva ancora quarant’anni ed era già famoso. Nel 1951 aveva infatti  vinto il premio Viareggio con “Gesù fate luce”,  e lo aveva accolto con ingenua esultanza. Anna Maria Ortese, che lo aveva incontrato a Chiaia  proprio in quei giorni, riferì la sua felicità “così selvaggia, una gioia fatta di antico dolore, urlata, a denti stretti, come di chi scampa alla morte, al deserto, ai cannibali, improvvisamente ”. Con l’assegno del premio, Rea versò l’anticipo per l’acquisto di una casa a Napoli, al quartiere Arenella allora in costruzione, dove sarebbe andato a vivere con la moglie.

Anna Maria Ortese e Domenico Rea si erano conosciuti frequentando la redazione di Sud, la rivista diretta da Pasquale Prunas, uscita a Napoli dal 1945 al ’47, in un momento di straordinario e forse irripetibile fervore letterario, animato anche da quel gruppo di ragazzi squattrinati, che allora vissero la loro singolare bohéme. Il poeta Luigi Compagnone definirà lo spirito del tempo come “un’orgia religiosa, messianica liturgia in cui letteratura, politica, sociologia, etica, estetica, sesso, rapporti umani celebrarono una lunga, mesta notte di San Bartolomeo e di furori morali e intellettuali”. Esperienze reperibili anche nella storia di altre generazioni, che ardono e poi s’inceneriscono in una sola vampata.  Intorno a Sud gravitarono, con Compagnone e Ortese, anche Michele Prisco, Luigi Incoronato, il giovane La Capria, i giornalisti Antonio Ghirelli e Nello Ajello, i pittori Paolo Ricci, Vincenzo Montefusco, Vera de Veroli, Raffaele Lippi. A bruciare gli esiti di quell’esperienza, contribuì l’impietosa immagine di autocompiacimento e di false amicizie, inquinate da invidie e rivalità, resa da Anna Maria Ortese  nel suo celebre racconto, “Il silenzio della ragione” pubblicato nel 1954. Eppure Rea che voleva querelarla, e che vi appare accecato dal culto di sé, ne esce comunque come il più talentuoso.

In quegli anni si consumarono strappi, compreso quello con il Pci dal quale Rea uscì nel 1956 dopo la repressione sovietica della rivolta d’Ungheria. Della sua evoluzione letteraria dà invece conto il suo primo romanzo pubblicato nel 1959.  “Una vampata di rossore”, accolto in modo difforme dalla critica, è una storia di abiezione familiare. Il corpo con le sue necessità, sempre così centrale in Rea, è qui un corpo che si decompone urlando di dolore: quello di una levatrice – anche la madre dell’autore lo era – che col suo lavoro di magica Befana ha tirato avanti la baracca, mantenendo un marito ex carabiniere, un figlio indolente attratto dalla bella vita e una figlia bruttina sedotta da un mascalzone. I tre assistono come chi non vuole vedere, e in compagnia di tutto il paese in visita al capezzale della malata, alla straziante agonia della loro unica fonte di reddito. La gallina dalle uova d’oro, accudita con devozione e sfruttata senza ritegno, morendo li getterà sul lastrico. A quest’altezza della sua vita artistica, Rea stava cercando altre strade e non era più lo stesso: l’allievo di Boccaccio, l’unico scrittore contemporaneo – ha poi scritto La Capria –  capace di usare l’ “italiano diverso, aspro e duro, sboccato e raffinato” dei novellieri del Trecento.  “Una vampata di rossore” doveva intitolarsi “Cancer barocco” e col tempo la critica vi riconoscerà una partitura musicale  densa di altre letture, altri maestri: Tolstoj, Faulkner, Céline.

Il mondo che aveva nutrito l’immaginazione del primo Rea era in rapida trasformazione, aveva cominciato a sgretolarsi. Come Pasolini, di cui era quasi coetaneo, presto ne avvertirà la fine, l’intima degradazione con tutte le sue escrescenze: mutazione antropologica, tramonto del sacro, idolatria dei consumi. Tra la “Vampata” e “Ninfa plebea”, ultimo romanzo di Rea, corrono  trent’anni. Un lungo tempo fatto di  scritture più rapide e redditizie: novelle poi raccolte in volume, saggi e una marea di collaborazioni  giornalistiche. Ma non ci sono libri importanti. La musa torna a visitare Rea negli anni Novanta ed è una giovinetta, una piccola dea che vive nell’eterno medioevo di Nofi, in un lurido basso dove suo padre fa il sarto, fingendo di non sapere che la moglie si accoppia con i suoi amanti malamente nascosta dietro una tenda. Miluzza è l’innocente creatura, ancora inconsapevole di sé e degli orifizi del corpo, che sperimenta con genuina curiosità sensazioni erotiche e umori e odori ripugnanti. Pur praticando tutte le esperienze dettate dall’istinto e da un ingenuo servire i vizi degli altri, le riuscirà arrivare al matrimonio miracolosamente vergine. L’ultimo Rea è tornato a Basile, al barocco, alla fiaba; e chiude il cerchio spostando la sua realtà in una dimensione quasi onirica, del tutto immaginaria.

La plebe è un attore decisivo nella storia di Napoli almeno dal Seicento, da Masaniello. Musa, ninfa, creatura, che cosa è stata per Mimì Rea? Certamente non quella di La Capria: la Cosa oscura che se sta acquattata nell’inconscio di Napoli, l’ombra dei lazzari sanguinari che nel 1799 fecero a pezzi la borghesia repubblicana irridendo la libertà. Ma non è neppure idealizzata: i luminosi barbari che nel secolo scorso ancora abitavano l’isola di Arturo di Elsa Morante. La plebe di Rea semplicemente è: viva e corrotta,  innocente e terribile, puzza di fame ed è pronta a vendersi, è sporca come la miseria e pronta alla menzogna, pratica il sesso come l’unico piacere possibile e accoglie i figli come dolcezza riparatrice. La città – ha scritto Rea in un saggio del 1951, “Le due Napoli”, che ha poi definito come suo manifesto poetico – finge di credere d’essere quella delle canzoni: certo, quella reale è molto più violenta, ma anche affascinante e vera. Per vederla, bisogna guardarla dal fondo del pozzo, averne il coraggio. Lui ci ha provato.

Si racconta che una sera, a casa di Eduardo De Filippo (i due non si amavano), Mimì Rea descrisse la classica stratificazione del palazzo napoletano: la plebe nel basso, la piccola borghesia al mezzanino, più su i borghesi veri e propri; e in cima, ai piani alti, la nobiltà. Tutti avrebbero desiderato prendere posto al piano di sopra, tranne la nobiltà che volentieri sarebbe scesa nel basso a farsi plebe. Un paradosso libertario, anarchico. Naturalmente per gioco.

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