I Basaglia erano due e una delle due metà si chiamava Ongaro. Entrambi furono protagonisti di una rottura culturale tra le più importanti del Novecento, quella che ha umanizzato la malattia di mente, restituito dignità ai matti, scoperchiato l’orrore dei manicomi. Franca e Franco furono una coppia conflittuale e solidale, integrata in un’equipe di lavoro e motivata a realizzare l’impresa pionieristica iniziata all’ospedale psichiatrico di Gorizia nel 1961.
Furono un tandem che a suo modo ne ricorda altri più famosi – a questa distanza lo si può dire – tipo Sartre e de Beauvoir o Pierre e Maria Curie. Tra il 1967 e il 1975 scrissero in collaborazione alcuni tra i testi fondamentali di quella stagione di ricerca (Che cos’è la psichiatria, l’Istituzione negata, Morire di classe, La maggioranza deviante, Crimini di pace).
La figlia Alberta racconta come lavoravano: lei decifrava gli appunti di lui, li integrava e la versione finale veniva fuori dalle loro discussioni spesso piuttosto animate. E se la visione era di Franco, i piedi per terra, la sistematicità, il metodo erano di Franca. Ongaro, che aveva cominciato scrivendo favole e riduzioni di grandi libri per il Corriere dei Piccoli, arrivò all’ospedale psichiatrico di Gorizia come moglie del direttore e abbandonò le ambizioni letterarie per diventare volontaria in reparto, studiò sociologia a Trento, andò in Scozia per osservare il primo esperimento di comunità terapeutica nell’ospedale psichiatrico diretto da Maxwell Jones, di cui avrebbe poi tradotto le opere più importanti.
Un volumone di quasi mille pagine – Una voce scomoda. Scritti e interventi, a cura di Alberta Basaglia, Silvia Jop, Monica Setaro, pubblicato dal Saggiatore – ora raccoglie testi e discorsi di Ongaro restituendone il profilo più strettamente personale: chi era Franca senza Franco. Sono scritti elaborati in un trentennio: prefazioni di libri, presentazioni di film, articoli e voci di enciclopedia, discorsi fatti in Senato (Ongaro fu senatrice della Sinistra indipendente per due legislature, dal 1983 al 1992).
Il libro contiene documenti eterogenei e si può scegliere che cosa leggere. Si può entrare nell’analisi dell’impatto internazionale e dell’esito dei primi dieci anni di applicazione della 180, la legge che abolì i manicomi ma che cadde in vuoto di servizi tale da generare situazioni insostenibili, così da poter essere subito dichiarata utopica e inattuabile. Oppure riscoprire le drammatiche esplorazioni del manicomio femminile fatte da Franca negli anni Settanta: allora una donna non conforme (non madre, non oblativa, sessualmente libera) poteva facilmente, soprattutto se povera, essere internata e non uscire più.
Suona ancora emozionante l’incipit del congedo scritto all’indomani della morte di Franco: “Ora che la mia lunga lotta con e contro l’uomo che ho amato si è conclusa, so che ogni parola scritta in questi anni era una discussione senza fine con lui…”




