Le concubine imperiali

Dalla bella Ciao-Ciun alla scellerata Lan

L'imperatrice vedova Cixi, reggente della Cina, considerata de facto sovrana della Cina per 47 anni dal 1861 al 1908

Sei concubine imperiali, le più famose di tutti i tempi, a partire dalla dinastia degli Han Anteriori e dalla sfortunata Ciao-Ciun, vissuta tra il 40 e il 32 avanti Cristo – più o meno al tempo di Antonio e Cleopatra – fino alla geniale e scellerata Lan nata nel 1835, l’orchidea profumata che divenne l’imperatrice Tzu Hsi (o Cixi),  quella che scelse l’ultimo imperatore della Cina. Ritratti vividi, storie di guerre fratricide e di spionaggio, di crudeltà e di seduzione, usi e costumi di corte  attinti ai testi della tradizione cinese da un curioso e appassionato orientalista italiano primo Novecento. Torna in libreria nei Cahiers di Castelvecchi  Le famose concubine imperiali di Ludovico di Giura, pubblicato postumo nel 1958 da Mondadori, in una preziosa edizione illustrata e rilegata in seta mai più ristampata. 

Dietro questa raccolta c’è la meravigliosa storia di un medico italiano alla corte dell’ultimo Figlio del Cielo. Tutto inizia esattamente nel 1900, l’anno dell’esposizione universale di Parigi,  della pubblicazione dell’Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud, della prima della Tosca di Puccini, dell’avvento di Vittorio Emanuele III re d’Italia, mentre in Cina infuria la rivolta dei Boxer. Quando Ludovico Nicola di Giura arriva a Tientsin a bordo dell’Ettore Fieramosca ha solo 32 anni, porta baffi importanti e il suo sguardo è decisamente malinconico sotto le folte sopracciglia; è figlio di un prefetto e ufficiale medico della Regia Marina, si è laureato a Napoli, viene da una famiglia aristocratica originaria di Chiaromonte in Basilicata. 

A Tientsin, base del personale militare e diplomatico di molti paesi stranieri,  di Giura lavora nell’ospedale del quartiere italiano; per farsi curare da lui, molti cinesi benestanti vengono anche da lontano, la sua fama arriva a corte e diventa il medico dell’imperatrice madre Cixi, seconda moglie del defunto imperatore Hsian Feng. Il dottore italiano ha accesso alla Città Proibita e, per aver curato Pu-yi, il bambino infelice che fu l’ultimo imperatore del film Oscar di Bernardo Bertolucci, riceverà una nomina di mandarino di prima classe. Rimasto in Cina trent’anni, Ludovico di Giura tornò in Italia da sessantenne e si ritirò a Chiaromonte, nel palazzo baronale di famiglia, visse lì il resto della sua vita. Della sua immersione profonda nel mondo e nella cultura del Celeste Impero,  restano eccellenti traduzioni di classici – come I racconti fantastici di Liao, una Scelta di massime confuciane, le poesie di Li Bai –  e un  gioiello, Le famose concubine imperiali.

Dalla notte dei tempi vediamo avanzare Ciao-Ciun e scopriamo che il fondatore della dinastia Han aveva stabilito l’obbligo di svecchiare il parco concubine ogni vent’anni. Le donne si accumulavano di padre in figlio, invecchiavano e bisognava continuare a nutrirle. Quando salì sul trono, Yuan Ti si trovò circondato di donne non più belle e mature (età media trent’anni). I suoi predecessori, impegnati in guerra o troppo presi dalla necessità di risparmiare – le famiglie imperiali costavano molto – avevano trascurato la regola. Ma prima di ricorrere a un impegnativo decreto imperiale, Yuan Ti volle esaminare tutte le donne del palazzo. Patetica e folgorante è la descrizione dei frenetici preparativi: basse e alte, vecchie e giovani, brutte e belle, magre e grasse, tutte corrono a imbellettarsi, ad acconciarsi speranzose. Ma Yan Ti vede solo donne ordinarie e attempate e  non resta che mandare  gli eunuchi in giro per le province in cerca di  ragazze.        A palazzo si sparge il panico: che fine faranno le rottamate, ormai troppo vecchie per sposarsi? Mentre le famiglie delle più belle corrono a combinare matrimoni per paura che le figlie vengano requisite dall’imperatore senza alcun indennizzo; tutti sanno che un conto è essere la favorita, altro è fare numero e passare la vita nell’invisibilità e nell’oblio davanti a un’infilata di porte chiuse … Gli eunuchi tornano con molte ragazze e , tra loro, ce n’è una davvero speciale, bellissima e colta, Ciao-Ciun. La corruzione del palazzo, però, fa subito fuori la ragazza dalle carni nivee dalla corsa al letto imperiale: il pittore di corte che fa i ritratti, sui quali il sovrano sceglie le sue concubine, chiede oro per farle più belle. Ciao-Ciun non ha pagato e il pittore le fa due nèi sotto gli occhi, segno di lacrime e di sfortuna, così l’imperatore la lascia a muffire da qualche parte. Sarà ripescata per un’emergenza di stato: regalare una sposa a un re mongolo per evitare una guerra, spacciandola per principessa imperiale. Ciao-Ciun viene reclutata per servire gli Han, va a vivere sotto le tende di pelle dei mongoli, che i cinesi considerano animali violenti, in un paese freddo e spazzato dal vento: diventa moglie del re e madre dei suoi figli. Quando resta vedova, si uccide per non dover sposare suo figlio, il sangue del suo sangue, come era in uso tra i mongoli e chiede d’essere seppellita al confine con la Cina.

 Ciao-Ciun non è l’unica, tra le famose concubine, a morire suicida. Così è anche per Hsi Scih, la donna che poteva conquistare una città con uno sguardo, favorita del re di Vu all’epoca dei Tre Reami, fra il 221 e il 263.  Quando i reami erano permanentemente in guerra e ne sopportavano le conseguenze, in termini di stragi, carestie, servaggi e debiti. Stremato dal sanguinoso conflitto con lo stato di Vu, il re di Yue si arrese prima d’ essere sopraffatto e andò a prostrarsi davanti al suo nemico, fronte a terra, portando in dono 350 donzelle, oggetti preziosi e oro. Quello lo ridusse in schiavitù. Il re di Yue viveva in una cella di granito e faceva lo stalliere, quando il suo padrone –  il re di Vu – si ammalò gravemente. Consigliato dal suo astrologo, che aveva tenuto con sé nella disgrazia e che lo esortava a resistere, il re di Yue assaggiò le feci del suo nemico e ne predisse la guarigione: quello, convinto della sua fedeltà, poiché si era umiliato fino a mangiare i suoi escrementi, lo liberò consentendogli di tornare nel sue paese come vassallo. E qui inizia la storia della risalita e della vendetta del re di Yue  contro il re di Vu. L’arma decisiva sarà una ragazza bellissima.

 Siamo in un tempo diverso, l’arruolamento forzato di ragazze per il sovrano viene indennizzato con cento once d’argento. Di più, le trenta bellezze selezionate allo scopo vengono esposte a pagamento, perché la corte e il popolo possano vederle … Bella tra le belle, Hsi Scih sarà arruolata come spia e donata al re di Vu. L’innamoramento di un sovrano è sempre descritto come uno stato di penosa e pericolosa ebbrezza, Hsi Scih raggiungerà lo scopo e diventerà la padrona del cuore del re di Vu che, alla fine, andrà in rovina tra distrazioni, spese pazze, guerre sbagliate. Allora il suo nemico secolare invaderà il regno e gli invierà una spada perché si uccida. La sua favorita, la concubina-spia che alla fine lo aveva davvero amato, sceglierà di seguirlo nella morte. 

Fare la concubina imperiale era veramente pericoloso. Si uccise anche Yang Kuè-Fei, Braccialetto di Giada, vissuta sotto la dinastia Tang tra il 618 e il 905 e nata sotto  un arcobaleno speciale –  segno di predestinazione all’alto compito. Come si vede, il prestigio del ruolo era in crescita esponenziale e Braccialetto di Giada non voleva altro che quello: per intercessione di uno zio mandarino, a sedici anni divenne concubina del principe Scioo. Ma la morte della diletta concubina imperiale Vu Huè aprì un vuoto nel letto dell’imperatore padre che dormiva solo, e per questo era di malumore e faceva fustigare i suoi; allora il grande eunuco suggerì di rimpiazzare la defunta favorita con Braccialetto di Giada. Esilarante fu l’inganno farsesco ordito per sottrarre al principe Scioo la sua concubina senza destare troppo scandalo; e quando l’imperatore, che era già vecchio, poté prendere per sé  Braccialetto di Giada ne restò ammaliato: era una ragazza curvy, mentre fin qui abbiamo visto sfilare solo concubine esili e leggere come farfalle.

 In questa storia, si apre anche una finestra sulle guerre di gineceo, che erano crudeli e spietate: Braccialetto di Giada combatté con un’altra concubina per i favori del re, lui  mentiva come un ragazzino ora a l’una ora all’altra … Conquistato il titolo di concubina imperiale di prima classe, Braccialetto di Giada fece piazzare i suoi parenti, ricoprendoli di onori e cariche importanti, moltiplicando mandarinati e ricchezza in odio a tutti. Così, quando l’imperatore si trovò  sotto scacco per la ribellione fomentata da un figlio adottivo di origine mongola, per salvarsi e sia pure a malincuore, concesse al popolo la testa della sua favorita mandandole una corda di seta gialla con l’ordine d’impiccarsi.           

 Ormai abbiamo capito che le famose concubine hanno destini tragici, talvolta anche per ragioni di carattere etnico e religioso. Come Hsiao-Van, la delicata ragazza cinese vissuta nel XVII secolo, all’epoca della dinastia Cing e precisamente sotto l’imperatore manciù Sciun Cih.  Concubina prediletta di un parente dell’ultimo imperatore Ming, che si era ritirato in un villaggio dedito ai piaceri, Hsiao-Van fu notata e rapita da un viceré al quale non volle concedersi: invece di ammazzarla, lui la portò a Pechino per regalarla al Figlio del Cielo. Alla corte dell’imperatore Hsiao-Van fu convinta a non suicidarsi dalla concubina mancese cui era stata affidata perché la istruisse, seppe diventare la prediletta del sovrano e tentò di vendicarsi del suo rapitore senza riuscirci, perché quel viceré era l’amante dell’imperatrice madre. Tutto precipitò quando l’imperatore volle ripudiare la moglie per mettere sul trono Hsiao-Van, che non poteva –  essendo cinese – diventare moglie di un re manciù. Hsiao-Van fu costretta a ritirarsi in un monastero diventando monaca buddista, mentre il suo imperatore cadde  in uno stato di prostrazione e, alla morte di lei, abdicò. 

Altro amore imperiale perturbante e al limite del lecito, per ragioni etnico-religiose, è quello per la concubina musulmana Hsiang Fei. Nel 1760, ventiquattresimo anno del regno di Cien Lung,  il maresciallo Ciao Huè  andò a combattere i musulmani nelle città del Turkestan, che rase al suolo facendo migliaia di prigionieri. Tra le donne, raccolte sotto una tenda, ce n’era una dalle carni naturalmente odorose che – per ordine dell’imperatore – non doveva essere toccata. Il maresciallo la mise sotto sorveglianza perché la prigioniera non si ammazzasse, ma la donna – Hsiang Fei – faceva lo sciopero della fame e riuscirono a nutrirla solo facendole credere che suo marito era ancora in vita. Quando fu portata a Pechino, l’imperatore volle subito incontrare Hsiang Fei per sapere se davvero da lei emanava un profumo che turbava l’anima e, quando la vide, pur di tenerla fece di tutto. Arrivò a ricostruirle la città musulmana di Aksu – con strade, case, moschea, insegne delle botteghe – arrivò a concederle un seguito musulmano, arrivò a chiedere agli eunuchi e alle ancelle di astenersi dalla carne di maiale, arrivò a nominarla concubina imperiale di quarta classe … Hsiang Fei imparò la lingua mandarina,  divenne la prediletta ma presto,  a causa dei suoi privilegi,  fu invisa alle altre concubine che le sobillarono contro la moglie dell’imperatore e l’imperatrice madre.  Hsiang Fei cadde vittima di una tremenda congiura di femmine e di eunuchi e fu obbligata a impiccarsi per ordine dell’imperatrice madre, durante un’assenza dell’imperatore, che s’era recato al Tempio del Cielo a fare i sacrifici del solstizio invernale.

L’ultima concubina imperiale della galleria è quella che l’autore di questo libro ha personalmente incontrato e che probabilmente lo ha ispirato. Lan divenne imperatrice con il nome di Tzu Hsi (o Cixi) ma era venuta dal nulla: nata da contadini poveri, era stata venduta due volte, la seconda nell’adolescenza, a un mandarino manciù di  basso rango. Entrò a corte come concubina di quinta classe nel 1852: di lì, dal gradino più basso, risalì fino al grado di seconda moglie perché dette all’imperatore il suo unico maschio, l’erede al trono. Alla morte del sovrano e in attesa della maggiore età di suo figlio, Cixi condivise la reggenza con la prima moglie, l’imperatrice vedova Tsu An.  L’impero agonizzante si reggeva sull’alleanza tra due donne, che invece di combattersi – meraviglia delle meraviglie – si sostennero l’un l’altra. Alla nascita di suo figlio, Cixi  era andata dall’imperatrice con il neonato in braccio, glielo aveva offerto e aveva fatto atto di sottomissione: “Tu sai che il figlio di una concubina appartiene più alla prima moglie che a sua madre ….”  

In realtà, tra congiure, assassinii, colpi di scena e colpi di stato, il potere sarebbe  sempre  rimasto saldamente in mano a Cixi –   nella reggenza come durante i brevi e sfortunati regni del figlio e del nipote.    Passata alla storia come l’ultima belva reazionaria della vecchia Cina, nei suoi ultimi anni, la Vecchia Budda  – come era detta allora –    cambiò radicalmente linea e aprì alle riforme, proibì l’uso dell’oppio, firmò il decreto per sfasciare i piedi alle donne. Ma per il Drago Imperiale era tardi. Cixi chiuse gli occhi nel 1908, un giorno prima dell’incoronazione del suo successore Pu Yi, un bambino in pianto disperato, al quale calzavano a forza gli abiti imperiali. 

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