L’eterno ritorno del rubacuori

L'uomo erotico ideale da Lord Byron al vampiro di Twilights

immagine per L'eterno ritorno del rubacuori

Che differenza c’è tra le svenevoli ammiratrici di Lord Byron e le groupie dei Beatles? Come mai il Mr Grey della trilogia Cinquanta sfumature di …., bestseller globale con 125 milioni di copie vendute, somiglia in modo equivoco al Mr Darcy di Jane Austen, fatto salvo l’armamentario sado-maso? Come si dà la strana combinazione per cui alcuni degli uomini più desiderati dell’età d’oro del cinema nella vita erano gay? Perché le ragazze degli anni Sessanta sognavano di fidanzarsi con un medico come Kildare mentre le adolescenti millennials scapperebbero con il vampiro di Twilights?

Rubacuori è una figura dell’immaginario che si reincarna indossando gli abiti del tempo in cui torna a vivere; è oggetto sessuale e modello d’uomo ideale, icona di gusti estetici e tendenze; proprio come le bambole e gli orsi di pezza dell’infanzia, è oggetto transizionale che sta tra la fantasia e la realtà, dove si infrangono e si temprano pulsioni, aspirazioni, sentimenti, ambizioni.

Il rubacuori iconico dell’Ottocento fu Lord George Gordon sesto barone di Byron, figlio del capitano “Mad Jack”, tirato su dalla madre in fatiscenti manieri scozzesi, magnifico poeta e gran viaggiatore avido d’inappagato esotismo, personalità politica irrequieta e ribelle, eroe romantico e bel tenebroso idolatrato dalle donne che gli scrivevano lettere devote, piene di fiducioso trasporto. Prima celebrità mondana in senso moderno, Byron fu al centro di numerosi scandali per la vita irregolare e tormentata. I memorabilia che la documentano, inclusi billets doux e riccioli di cappelli fermati da nastri di seta o avviticchiati a minuscole strisce di carta profumata, furono catalogati con nomi e sigle di ammiratrici e conservati nel favoloso Archivio dell’editore John Murray. Tutti quei trofei appartenevano a signore pazze di Byron, che svenivano come trascinate da una forza ipnotica se solo leggevano i suoi versi.

Claudicante dalla nascita per uno stiramento del tendine di Achille, atletico bisessuale, autore di un satirico Don Juan – pubblicato in forma anonima nel 1819 – dove il libertino seduce perché irresistibilmente sedotto, dipendente dalle donne, Byron catalizzò una smisurata energia passionale e fu descritto nella sua intima natura di traditore nel romanzo di Lady Caroline Lamb, che per lui si era rovinata: Glenavron fu pubblicato nel 1816 e divenne un bestseller, contribuendo a diffondere il mito dell’ eroe byroniano. Lord Byron fu il maggior sex-symbol maschile del diciannovesimo secolo ed è la pietra miliare da cui muove la storica sociale Carol Dyhouse per fare un viaggio nel desiderio femminile: Heartthrobs. A History of Women and Desire , è il titolo di un suo saggio, agile e non accademico, sull’evoluzione della figura del rubacuori nella storia della cultura, pubblicato da Oxford University Press.

Nella ricostruzione di Dayhouse , ecco l’inclinazione di Byron a nutrirsi di femminile adulazione, fusa con la sua sessualità doppia, caratterizzare l’ambivalenza (e il fascino) del personaggio: il poeta era insofferente e – come una pop star – si sentiva vittima della voracità delle sue fan, ma era anche consapevole di dover loro il suo successo. Accumulava cinicamente cuori spezzati, ma sapeva d’essere solo lo schermo su cui quelle signore proiettavano le loro variopinte fantasie erotiche. Come il don Juan, si rendeva conto di incarnare la rappresentazione di ciò che “a loro piace”. Ed è qui – in questa crepa dell’immaginario- che si infila il punto di vista di Heartthrobs: le donne non sono state solo passiva manipolazione dell’immaginazione maschile, hanno anche manipolato e disegnato con fantasie proprie gli oggetti del loro desiderio.

Che cosa c’era in Byron per accendere e trattenere così tanta immaginazione? Caroline Lamb intinse la penna nel risentimento, ma si sforzò di comprendere le ragioni del sex appeal byroniano; e concluse che allora tre tipi d’uomo infiammavano la fantasia delle ragazze: disperati un po’mascalzoni, letterati e raffinati poeti, politici esaltati da nuove idee del mondo … Essendo tutte e tre le cose, Byron era attraente all’ennesima potenza, era romance vivente. Un genere di appeal che spopolò per tutto l’Ottocento, insinuandosi anche nei romanzi delle sorelle Brönte, dove la miscela di fragilità e arroganza che caratterizza l’eroe romantico si trasforma in domanda di rassicurazione e di ammansimento. Nella fantasia femminile l’uomo è una forza della natura, è l’altro da sé che inconsapevolmente chiede di essere addomesticato; e a questo richiamo sembra che nessuna sappia resistere. Neanche quando lui è crudele come Heathcliff in Cime Tempestose e in lei disprezza il bisogno di tenerezza, di cavalleria, di attenzione. Domare un uomo infedele e arrogante è una sfida fallimentare che può rivelarsi irresistibile come il gioco d’azzardo, dove chi vince è – tra le donne – la più donna.

Molte figure letterarie maschili iconiche dell’Ottocento sono uscite dall’immaginazione e dalla penna di una donna – Darcy in Orgoglio e Pregiudizio, Rochester in Jane Eyre, Heathcliff in Cime Tempestose, Rhett Butler in Via col Vento… Nel Fitzwilliam Darcy di Jane Austen – secondo Carol Dyhouse – si trova già una reazione critica alla tipologia del gentleman byroniano. Darcy, che per il pubblico nasce nel 1813 – anno di pubblicazione di Orgoglio e Pregiudizio, quando Byron era già sulla scena del gran mondo – ne incorpora molti tratti: passione, eleganza, causticità … Ma Darcy è la versione ironica e “temperata”: ricco, riservato, fondamentalmente generoso e capace di crescita emotiva, si è rivelato attraente per generazioni di ragazze, la più fortunata e imitata incarnazione dell’uomo desiderabile. Nel 2010, gli scienziati al lavoro sui ferormoni dei topi, individuata nell’urina dei ratti la proteina che li rende irresistibili alle femminine, hanno voluto chiamarla “Darcin” in suo onore.

L’uso spregiudicato dei calchi di Darcy, Rochester e Heathcliff è certamente ingrediente del successo della trilogia porno-rosa di E.L. James, Cinquanta sfumature di grigio, poi di nero e di rosso, che su di loro ha ridisegnato Christian Grey, il miliardario che soggioga la studentessa Anastasia Steele. Grey è un misterioso scapolo, ricco e generoso come Darcy, ma è nato povero come Heathcliff e un’infanzia di maltrattamenti e abusi lo ha reso sadico e anaffettivo; ci sono ragazze che si sono già dannate per lui : una di loro – un po’ come la moglie reclusa che manda a fuoco il maniero di Rochester in Jane Eyre – tenta di uccidere Anastasia in Cinquanta sfumature di nero. Chi vede il film ancora in circolazione scopre lo stesso esercizio imitativo applicato al cinema – dal ballo in maschera di Eye Wide Shut alla doccia di Nove Settimane e Mezzo. Nel cast c’è una matura Kim Basinger che chiede alla giovane e innamorata Anastasia: “Davvero credi di essere la prima che tenta di salvarlo?” Se Grey vuole per sé il fascino di Darcy, la variante è nei morsetti per i capezzoli – ironizza Dyhouse. E l’idea di frequentare la stanza proibita di un sadico per curarlo resterebbero nell’elenco delle comicità involontarie, se la cronaca non restituisse ogni giorno storie dove, nella trappola di un amore malato, qualcuna muore davvero.

Il rubacuori dai tratti più incisivi, dopo Byron, è Rudy Valentino, creatura del cinema che rivoluziona l’immaginario del Novecento. In lui, la determinazione maschile convive con un tratto di effeminatezza che stimola l’ironia degli uomini, loro lo vedevano come un gigolo, un damerino, un impostore … E in un certo senso l’impostura c’ è, trattandosi di una rappresentazione costruita per aderire ai desideri delle donne, seguendo quella curvatura per cui un tocco di sensibilità femminea, di androginia e d’estetismo, vale come una mascella quadrata. Nella sequenza degli uomini di celluloide, disegnati dai rabdomanti di Hollywood in cerca della maschilità nel cuore delle donne, il partner deve corrispondere a ciò che lei vuole e non a quello che lui veramente è. L’abilità della fabbrica dei sogni spingerà il gioco di finzione fino a trasformare in rubacuori attori che nella vita erano gay, come Montgomery Clift, Rock Hudson, Dirk Bogarde, Richard Chamberlain…

Il mito di Valentino era nato dopo la prima guerra mondiale, che fu una leva formidabile di emancipazione: con gli uomini in trincea, le donne furono scaraventate fuori di casa, andarono a lavorare negli uffici e nelle fabbriche, assaporarono l’indipendenza economica, in molti paesi ottennero il voto. Al timore sociale di una virilizzazione indotta dai tempi, il cinema offrì una compensazione: storie dove il nuovo, ardito spirito d’avventura, convivesse con il ruolo femminile classico; e Valentino era il maschio esotico che realizzava il compromesso. Nel film che lo consacra nel 1921, Lo Sceicco – dal romanzo di Edith Maud Hull – Rudy sottomette un’indipendente aristocratica che viaggia da sola nel deserto; ma alla fine si rivela un gentleman, la protegge, la salva da un stupro e rivela di non essere un predone , ma l’orfano di un suddito di sua maestà britannica adottato da un principe arabo. Con migliaia di lettere di fan alla settimana, Valentino fu la prima star che nelle apparizioni pubbliche cedeva oggetti personali come souvenir; morì prematuramente nel 1926 e al suo funerale ci furono scene di disperazione.

Il boom degli idoli della musica pop si deve alla radio e alle registrazioni vocali, che resero possibili fantasie d’intimità con crooner come Rudy Vallée, Bing Crosby, Frank Sinatra, vera sirena ammaliatrice per la qualità seduttiva della voce. Elvis Presley ci perdonerà se sorvoliamo e corriamo subito nella Swinging London per guardare il terremoto liberatorio venuto dalla musica. Nel 1963, il promotore di concerti scozzese Andi Lothian portò i Beatles a Glasgow e rimase sconvolto: “… Le ragazze avevano cominciato a sopraffarci – ricorda – Era un pandemonio assoluto. Svenivano, urlavano, bagnavano i posti a sedere. L’intera sala era entrata in una sorta di stato d’ipnosi collettiva. Non avevo mai visto nulla del genere …”

Le ragazze che nell’Ottocento si ammalavano per Byron alimentavano di soli versi la loro passione, tutto restava nella forza della parola e nell’immaginazione; quando sono arrivati i Beatles, con loro era possibile un contatto sensoriale diretto, sia pure mediato attraverso i dischi e le immagini televisive. E quando i divi arrivano dentro casa, si apre una finestra tra la realtà e il mondo dei sogni: le groupie fecero irruzione nel fantastico e cominciarono a seguire le band nei concerti e ad assediare alberghi e aeroporti. Ma la differenza più importante – sottolinea Carol Dyhouse – è che la beatlemania fu un’ esplosione di libido adolescenziale collettiva, energia in libera uscita che preludeva all’avvento di libertà del tutto nuove.

Per questo le groupie, che in fondo erano solo ragazzine, risultarono perturbanti come le menadi di un corteo dionisiaco. Nella sua autobiografia Marianne Faithfull, compagna di Mick Jagger, rievoca concerti dei Rolling Stones dove migliaia di ragazze salivano in piedi sui sedili, si strappavano i capelli e gridavano come invasate, mentre Mick danzava tracotante e androgino come Dioniso. Fiona Mc Carthy, autrice di Byron.Life and Legend, ha definito Jagger come il Byron del ventesimo secolo. Gli Stones avevano una carica molto più esplicitamente sessuale; più friendly e un po’meno sexy, i Beatles avevano l’aria dei ragazzi della porta accanto, quelli con cui ci si può anche fidanzare. Oggi che tutto è sperimentato e che l’iniziazione al sesso è anche per le ragazze un momento di transito legittimato verso l’età adulta, le band adolescenziali come Bay City Rollers, New Kids on the Block, Backstreet Boys, One Direction, sono accuratamente gestite e commercializzate come una sorta di starter-kit del desiderio per ragazzine nell’età delle prime sperimentazioni sessuali e sentimentali.

C’è stato un tempo – tra gli anni Cinquanta e Sessanta – in cui il medico di famiglia divenne un rubacuori. Il primo dottor James Kildare era apparso negli Stati Uniti nel 1930, in un romanzo di Frederick Schiller Faust che ispirerà film, novelle sui rotocalchi, una serie radiofonica negli anni Cinquanta e, finalmente, nel 1960, una delle più amate serie televisive della storia. Siamo nel pieno della mistica della femminilità descritta da Betty Friedan e dell’ascesa della classe media, quando si fanno largo due tipi di aspirazioni: sposare un medico e assicurarsi un buon status sociale oppure diventarne l’amante, per sfuggire alla nevrosi domestica. Kildare è un sogno accessibile per desperate housewife. E il vampiro di Twilights, che erotizza le fantasie delle millennials, che razza di sogno è? Carol Dyhouse cita efficacemente un commento di Stephen King: “Queste non sono veramente storie di vampiri o di licantropi. Sono storie su come l’amore di una ragazza può trasformare un cattivo ragazzo facendolo diventare buono”. È l’eterno ritorno, non del vampiro ma dell’eroe romantico.

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