Mal di Sudafrica

Viaggio nel paese di Mandela, dove la finanza corre ma sono molte le promesse mancate del post-apartheid

immagineer Mal di Sudafrica
Soweto - Johannesburg, Centrali termiche

Sulla highway che connette Johannesburg a Soweto  si avvistano subito le torri di raffreddamento della Centrale elettrica di Orlando, due enormi talking drums colorati, tamburi parlanti alti cento metri, vestiti di  giganteschi  murales e uniti da una passerella da cui volano i bungee jumpers – pazzerelloni vestiti di tute rosso fuoco, che si lanciano assicurati a un cavo elastico. 

Lungo i bordi della strada camminano ragazze con gli ombrelli aperti per ripararsi dal sole di mezzogiorno , mentre sull’asfalto sfrecciano grosse moto cavalcate da centauri  lucenti. Venite, venite nella prima township al mondo diventata un’attrazione globale. Nella piazza davanti  all’Hector Pieterson Memorial     incantevoli ragazzine – forse in gita scolastica – si fanno i selfie  proprio sotto la gigantografia di un loro coetaneo coperto di sangue e trasportato a braccia da studenti più grandi col volto stravolto in una smorfia  disperata: Hector aveva appena 13 anni, quando la polizia lo uccise durante la marcia contro l’obbligo dell’afrikaans a scuola nel 1976. Il peso della  storia  si è fatto più lieve sulle spalle delle generazioni nate libere, che – vent’anni dopo la fine dell’apartheid – hanno già potuto votare, contribuendo ad assicurare la continuità di mandato al governo dell’African National Congress, il partito di Nelson Mandela, l’ultimo dei giganti, scomparso da poco più di un anno lasciando dietro di sé una scia di contese  sull’eredità di famiglia ed epigoni politici piuttosto imbarazzanti.  

Il conto-leadership dell’ANC è presto fatto. Primo dopo Mandela  fu Tabo Mbeki, figlio di Govan, compagno di prigionia dell’Invictus a Robben Island, un lungo esilio sotto l’apartheid  in parte trascorso in Gran Bretagna a studiare economia, due mandati da presidente, un buon profilo internazionale, un decennio di solida crescita economica  in una democrazia  non-razziale,  galvanizzata da una borghesia nera in ascesa.  Segue la caduta, dovuta anche alla patente mancanza di empatia con il paese su questioni cruciali come la salute pubblica e la vertiginosa ascesa  del crimine. Basta ricordare che, negando  l’efficacia dei farmaci retro virali per la cura dell’Aids, a vantaggio della medicina tradizionale,  il  Sudafrica è diventato il paese con il più alto tasso di sieropositivi al mondo (6 milioni su una popolazione di 54, il 28% degli adolescenti portatori di infezione),  con 250mila morti l’anno e con due milioni e mezzo di orfani di vittime dell’Hiv. La strage di una generazione.

   Jacob Zuma, il successore di Mbeki, rieletto da meno di un anno, è tutt’altro tipo: inprint  populista, di etnia zulu (maggioritaria), dieci anni di carcere ai tempi dell’apartheid, una spregiudicata ascesa politica. Naturale rivale del suo predecessore –   che fu accusato di volerlo liquidare per via giudiziaria –  e fin da allora circondato da quell’aura di corruzione che galleggia intorno alle nuove classi dirigenti africane, Zuma è ancora al comando e riempie le cronache: un giorno perché accusato di aver distratto denaro pubblico per lavori di ampliamento nella villa di famiglia; un giorno perché vuol mandare le giovanissime ragazze madri, che gravano sull’assistenza pubblica,  a rieducarsi a Robben Island; un giorno perché una delle sue quattro mogli è accusata di volerlo avvelenare … Tutte storie che non aiutano, quando la spinta generata dalla fine dell’apartheid  è in esaurimento e l’agenda si è fatta gravosa: crescita che rallenta, disoccupazione sopra il 25% e al 40 per i neri, energia contingentata con black-out programmati in un paese dove la domanda crescerà del cento per cento nei prossimi 15 anni, un terzo della popolazione che vive sotto la soglia di povertà, un tasso di corruzione  in salita con un giro di denaro annuo passato dai quasi dieci milioni di euro dei tempi di Mbeki ai quasi 75 milioni dei tempi di Zuma … 

Eppure il voto assegnato alle classi dirigenti non basta a fare l’immagine di un paese,  e  il Sudafrica conserva – nonostante il declino – una buona reputazione media: nella percezione globale  mantiene alta l’immagine dell’Africa contemporanea afflitta dal bad news reporting,  almeno secondo Media Tenor, think- tank internazionale di analisi dei trend mediatici, che gli ha da poco assegnato un riconoscimento per questa posizione. E non solo perché la locomotiva economica dell’Africa, quella che negli ultimi anni ha viaggiato con un tasso di crescita superiore al 7% annuo,  è la Nigeria – cioè l’inferno di Boko Haram.  Dopo tutto il Sudafrica è un paese democratico e sviluppato, con enormi ricchezze e altrettanti squilibri,  ma dove la coesione sociale,  i processi  creativi e di innovazione  – non solo quelli degenerativi –  sono ancora visibili.

 A Soweto, star  delle township,  è perfettamente leggibile l’evoluzione da baraccopoli a città con i diversi gradini del nuovo ordine sociale. I più poveri, quelli appena arrivati dalle campagne o immigrati da altri paesi africani, nelle baracche dove spesso pagano l’affitto ai vecchi residenti che si sono trasferiti negli alloggi popolari ; la piccola borghesia che costruisce a proprie spese le nuove  villette sul terreno municipale urbanizzato; i nuovi ricchi nella Beverly Hills dei villoni col filo spinato e l’allarme antifurto sui muri di cinta. Dalla baracca alla villa, colpisce  la somiglianza del modulo abitativo prescelto: miserrima o sfarzosa ,  è la stessa icona, in costruzione ovunque.  Questa immagine non suggerisce una società più giusta, ma certo racconta l’evoluzione di una città e di un mondo dove l’ascensore sociale si muove , e  dove l’elettrificazione è arrivata all’85% e l’acqua potabile è diventata accessibile al 90% della popolazione.

Per rovesciare la veduta basta spostarsi a Hillbrow, nel pieno centro di Johannesburg , quartiere ad alto rischio criminale, dove non si gira tranquilli neanche in piena luce, oggi  popolato soprattutto da immigrati provenienti da Nigeria, Zimbawe, Mozambico, Malawi, Etiopia, Somalia…  e riversatisi in Sudafrica in numero  imprecisato. La presenza dei nuovi arrivati, che alimenta periodicamente scontri in tutto il paese,   secondo alcuni oscilla tra i 5 e gli 8 milioni di persone. Quartiere storicamente multietnico e cosmopolita, dichiarato  white area nel 1970 – durante l’apartheid – Hillbrow ha visto invece  sciamare via proprio la classe media bianca, negli anni novanta si è africanizzato ed è diventato slum. La sua parabola ha un simbolo, la torre di Ponte City, un tubo di cemento grigio alto 173 metri con un vertiginoso buco al centro: un mostruoso  condominio, il  più alto dell’Africa, che doveva essere centro residenziale per famiglie  nell’era post-apartheid. Invece, si è trasformato in una fortezza in rovina, una Torre di Babele africana animata da sinistre attività. Ciò nonostante, o forse proprio per questo,  il giro turistico di Ponte City sul web è diventato una hit di Trip Advisor.  

La torre è uno degli emblemi del declino ( una straordinaria mostra del  fotografo Mikhael Subotzky e dell’artista sudafricano Patrick Waterhouse ne documenta la storia in questi giorni, e fino al 26 aprile, alla Scottish National Portait Gallery di Edimburgo) ed è anche facile metafora: ciò che si africanizza va in rovina? Da questi parti, il senso comune suona così: ciò che si aliena va in rovina. Dove gli alieni  sono gli stranieri, quelli che vengono da fuori, gli aliens  che da sempre arrivano e vogliono stabilirsi qui e riportano in vita i fantasmi ben raccontati dal film satirico di fantascienza di Neil Bokamp, District Nine. Con tanto di astronave ferma sopra Johannesburg e di gamberoni mostruosi da deportare in  baraccopoli lontane, anche perché  vivono di  strani connubi con gangster nigeriani drogati e psicopatici.

La successiva  icona del Gauteng, la regione più ricca del Sudafrica, non può che essere Sandton, l’altra metà di tutto, uno dei luoghi dove è sciamata la borghesia bianca, dove le case costano come a Manhattan e i centri commerciali sono lussuosi, dove per strada – al posto degli orologi- ci sono i display  con le quotazioni del cambio e dove famosi architetti hanno disegnato le sedi delle multinazionali che operano in Africa. Il cuore pulsante di Sandton è la finanza: la borsa di Johannesburg è tra le prime venti del pianeta e capitalizza più di quelle di  Milano e di  Mosca. Basta aprire un giornale o una pagina web per restare colpiti dalla domanda di lavoro: a Sandton si cercano account manager, digital designer, digital copywriter, marketing consultant, marketing campaign manager

C’era una volta Nelson Mandela e la promessa di una società multirazziale inclusiva. Vent’anni dopo gli equilibri nella distribuzione della ricchezza  si sono spostati di poco: i neri sono l’80% della popolazione, ma possiedono il 17% della ricapitalizzazione in borsa. Il fallimento più sentito, da questo punto di vista, riguarda la disponibilità della terra coltivabile –  che appartiene tutt’oggi, per l’80%, alla minoranza bianca – perché sulla riforma agraria, e sul programma di restituzione o di indennizzo dei beni confiscati ingiustamente sotto l’apartheid, si sono fatti investimenti importanti.

 Una bocciatura senza appello dei programmi di restituzione della terra è venuta quest’anno dallo studio di Bernadhette Atuahene, professoressa di diritto al Chicago-Kent College of Law e autrice del volume We Want What’s Ours: Learning From South Africa’s Land Restitution Program, pubblicato da Oxford University Press. “I governi dell’ANC hanno calcificato l’ordine economico esistente anziché trasformarlo”, ha scritto Atuahene sul New York Times. Focalizziamo la dimensione concreta: durante l’apartheid molte famiglie nere o coloured sono state espropriate  delle loro fattorie in zone dichiarate per legge white area. Lo stato avrebbe dovuto risarcirle con altra terra o con indennizzi, in vent’anni sono stati ammessi 80mila ricorsi e il 70%  dei ricorrenti ha ricevuto risarcimenti simbolici e non correlati – neanche minimamente –   al valore di mercato passato o presente dei beni confiscati. Al contrario, negli espropri di terra praticati oggi, gli indennizzi hanno valore di mercato. “Con il risultato – scrive Atuahene – che gli attuali proprietari  (per lo più bianchi) ricevono sistematicamente risarcimenti superiori a quelli dei proprietari espropriati dai governi del passato (per lo più neri)”.

L’argomento contrario rivendica il peso della fiscalità che alimenta le casse pubbliche, in gran parte sostenuto dalle tasse pagate dalla parte più ricca e benestante del paese, cioè soprattutto dai bianchi. I numeri che corrono vivacemente nella polemica politica non sono di facile decifrazione. Basterà però dire che gli iscritti nel registro dei contribuenti sono arrivati – secondo il ministero del Tesoro – a 15milioni e 400mila individui in vent’anni, che le entrate arrivano per il 34% dall’imposta personale sul reddito, per quasi il 20 dalle imprese, per poco più del 26 dall’Iva.  Secondo la Banca mondiale, in Sudafrica il reddito dei più ricchi è mille volte superiore di quello dei più poveri, ma la differenza scende a 66 volte dopo il prelievo fiscale.

La questione della terra, e quella delle tasse, sono destinate a scaldare gli animi, visto che nell’ultimo discorso di indirizzo alla nazione – andato in scena nel pittoresco contesto di una contestazione parlamentare senza precedenti –  il presidente Zuma ha annunciato per i prossimi mesi  una legge che limiterà la proprietà della terra a dodicimila ettari e, per evitare accumuli di beni agricoli in mani straniere, ai non sudafricani consentirà solo l’affitto fino a cinquant’anni, ma non la proprietà del territorio. La legge, già al centro  di accese discussioni ai tempi del mercato globale, non sarà retroattiva e non dunque non ci saranno espropri.

Vent’anni bastano a elaborare  ferite, e  conseguenze, di un trauma storico terribile? Si direbbe di no, ma certo colpisce il clima di assoluta civiltà con cui è stata accolta la concessione, “nell’interesse della riconciliazione nazionale”, della libertà condizionata dopo vent’anni di carcere al colonnello Eugene de Kock,  il capo dell’Unità segreta C-1, arrestato nel 1994 e  condannato a due ergastoli e 212 anni di prigione per crimini contro l’umanità. De Kock è il peggior aguzzino che abbia operato al servizio dell’apartheid,  è conosciuto come Prime Evil. Tafelberg ha pubblicato ( in afrikaans, l’edizione inglese uscirà in maggio) il libro di Anemari  Jansen,  Eugene De Kock, Assassin For The State, che si presenta come biografia e come viaggio nell’anima del Male Primario. Sotto qualunque cielo, ormai non c’è “orco” che non metta a nudo l’anima. Ma si farebbe torto a quella vera, profonda, di questo paese se non si capisse che qui non è c’è rimozione del passato perché la riconciliazione si basa sulla memoria attiva e sulla ricerca  di una riparazione possibile.

Share on twitter
Share on linkedin
Share on whatsapp
Share on email

Temi, recensioni, interviste, reportage

Enea lo straniero

Storia di un naufrago e del suo viaggio millenario nel Mediterraneo

Archivio articoli

Una selezione dal 2015

La Bottega del libro

Le memorie di Mario Andreose, l’editore di Umberto Eco e Alberto Moravia